Pane e pallottole su via Maqueda

Dopo l’euforia della fine della Seconda Guerra Mondiale in Sicilia, si pensava che era arrivata definitivamente la pace. Non è stato così. A Palermo, il 19 ottobre 1944 il grido dei fucili si fa sentire di nuovo.

Dal 23 giugno 1940 al 23 agosto 1943, i palermitani hanno vissuto il terrore della morte sotto le bombe francesi, britanniche, statunitensi, tedesche e italiane. Hanno vissuto la mancanza di libertà che impone un mondo in guerra, dal coprifuoco alla partenza per il fronte. Hanno vissuto la mancanza dei beni di prima necessità, dai farmaci al cibo.

La fame di quei giorni era una cosa terribile e non ha niente a che vedere con quello che abbiamo oggi quando ci viene voglia di sgranocchiare qualcosa. Il corpo umano può stare digiuno diversi giorni senza grossi problemi, però anni di malnutrizione sono terribili per il corpo ma anche per la mente. La crudeltà della fame è come una morte lenta e dolorosa.

Molti di noi hanno già sentito queste frasi raccontate quasi con umorismo per nascondere la sofferenza di quei momenti:

– Ccu’ pititto ci davamo del tu!

– La mattina ci svegliavamo con l’acidità! Colpa del cibo che avevamo sognato.

– Masticavamo il cuoio delle cinture…

– A Palermo non c’era più un gatto selvaggio!


I palermitani nel 1943, non hanno più niente da mangiare. Eda Mussolini, crocerossina a Palermo in quel periodo scrive a suo padre il duce dopo il terribile 9 maggio, molto preoccupata:

Per fartela breve, questa gente non ha la pasta dal mese di marzo o d’aprile. Mai l’assegnazione è arrivata a tempo, perché? Qui i civili si sentono abbandonati e lo dicono. Per ora non si ribellano, ma mi dice la fiduciaria Monroy che se non si provvede a far dare pane e pasta, c’è da aspettarsi qualsiasi cosa. La popolazione civile da cinque mesi non vede la carne. Qui oltre al disordine e il bombardamento c’è la fame vera, cronica, da mesi. Un chilo di pane costa 70 lire.
[…]
Per riassumere, manda viveri. Soprattutto pane e pasta (non domandano altro), medicinali e indumenti. Io sono in un ospedale civile; questa gente è nuda nei letti e i loro superstiti famigliari vengono a domandare il pezzo di pane che il loro congiunto risparmia sul suo vitto. E soprattutto non abbiano l’impressione di essere abbandonati. Io sono stata in Albania e in Russia, mai ho visto tanta sofferenza e dolore. E io stessa ho l’impressione di essere capitata non so dove lontana le mille miglia dalla Patria e dalla civiltà. Non si potrà per tutti, ma che abbiano l’impressione che si tenta di aiutarli.
È buona gente, così paziente, così pronta a riconoscere… Ti ripeto: pane, pasta, medicinali, indumenti, soprattutto per i civili.

Fonte: caliaesemenza.it

Il 22 luglio 1943 in piena Operazione Husky, l’esercito americano entra nel capoluogo siciliano. Per il popolo siciliano sembra che sia la fine dei bombardamenti, sembra che sia la fine della fame. I picciotti d’oltreoceano, ieri nemici, sfilano scendendo da Monreale, Corso Calatafimi, Corso Vittorio, lanciando sigarette e caramelle. Sembra la speranza dell’arrivo di giorni migliori, della fine della morte dal cielo, della fine degli stomaci vuoti… Ma non è così! Continuano i bombardamenti, continua la fame… E u pittitto continua e anche per molto tempo.

Nell’autunno 1944, gli eserciti Alleati hanno già marciato sulla Sicilia ma i piatti sono ancora vuoti. Il popolo palermitano che aveva quasi festeggiato un anno prima l’arrivo degli americani, pensa che la guerra è finita, però non ce la fa più. Il 19 ottobre 1944, scende per strada e urla “PANE E LAVORO”.

È una manifestazione imponente che raccoglie e trascina con sé la sofferenza di tutto un popolo. La situazione è molto tesa per l’Italia nella transizione dal fascismo alla Repubblica. Davanti a palazzo Comitini di via Maqueda è successo quel che è successo. I soldati della divisione Sabauda sparano sulla folla.

La successione dei fatti non è molto chiara. Il risultato sì: 24 morti e 158 feriti: la prima strage di stato dell’Italia liberata.

Persero la vita:

  • Giuseppe Ballistreri – 16 anni
  • Vincenzo Puccio – 22 anni
  • Vincenzo Cacciatore – 38 anni
  • Domenico Cordone – 16 anni
  • Rosario Corsaro – 30 ani
  • Michele Damiano – 12 anni
  • Natale D’Atria – 28 anni
  • Andrea Di Gregorio – 16 anni
  • Giuseppe Ferrante – 12 anni
  • Vincenzo Galata’ – 19 anni
  • Carmelo Gandolfo – 25 anni
  • Francesco Giannotta – 22 anni
  • Salvatore Grifati – 9 anni
  • Eugenio Lanzarone – 20 anni
  • Gioachino La Spia – 17 anni
  • Rosario Lo Verde – 17 anni
  • Giuseppe Maligno – 22 anni
  • Erasmo Midolo – 19 anni
  • Andrea Oliveri – 16 anni
  • Salvatore Orlando 17 anni
  • Cristina Parrinello – 61 anni
  • Anna Pecoraro – 37 anni
  • Giacomo Venturelli – 70 anni
  • Aldo Volpes – 23 anni

Nel 1947, il processo presso il tribunale militare di Bari: la versione ufficiale è stata che i militari sono stati “aggrediti dai separatisti” e il processo si è concluso su una sentenza di “pacificazione sociale”.

È incomprensibile una tale sentenza davanti alla morte di un bambino di soltanto nove anni.

Rino Messina, LA STRAGE NEGATA, Istituto Poligrafico Europeo Casa Editrice

Per chi vuole approfondire questa storia vi consigliamo la lettura del libro del magistrato Rino Messina La strage negata (Istituto Poligrafico Europeo) che ripercorre lo sviluppo di questo processo.

Solo dopo 50 anni, nel 1995 una traccia di verità su quei giorni comincia ad apparire. Giovanni Pala, un militare appartenente al Reggimento dichiara: “In Via Maqueda non era in corso alcun assalto. Eppure, quando la nostra colonna raggiunse alle spalle la folla, il tenente diede l’ordine di scendere dai mezzi e di caricare i fucili. Tutto accadde in pochi istanti; i soldati che erano in testa al convoglio cominciarono a sparare ad altezza d’uomo e a scagliare bombe. Fu il terrore, una scena bestiale”.

Per molti anni quella strage fu dimenticata, anche il popolo palermitano stesso ha sistemato quell’evento nel cassetto dei ricordi tristi della guerra, da non aprire… E tutt’oggi fa parte delle terribili storie che i nostri genitori, i nostri nonni hanno difficoltà a raccontare.

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